VERTICAL TRIPS
/ SudAmerica 08
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Sputi di lama e suoni di balene
“Guarda quanto è lunga, quanto fetch….e guarda che montagne…guarda che roba!”
Sono state pressappoco queste, le parole pronunciate con la faccia ebete, fissa davanti alla cartina del sud America. Il dito indice della mano sfiorava la mappa seguendo la panamericana verso sud, giu fin verso Capo Horn;
Da Torino, nella tranquillità dell’ufficio, la strada sulla carta, si srotolava velocemente, i chilometri equivalevano ad uno spostamento minimo del dito, le altezze delle montagne erano solo numeri, da 1000 a 6000, le città erano nomi, il deserto era solo tinta gialla su carta invecchiata, le onde infinite erano solo racconti letti su internet… tanto materiale adatto a far allontanare la mente dal lavoro, dall’ufficio, dall’Italia, insomma tutto perfetto…
Messaggio su msn: ou io e Ade abbiamo comprato i voli, partiamo il 4.
Risposta di Chico: bella….ci vediamo “in piazza” ad Ushuaia
Risposta di Papple e Sburbe: ohuf…ci vediamo a Lima il 10…
Vinny: io vi raggiungo a Lima con macete alla mano…
Biglietti comprati, zaini preparati con vestiario “quattro stagioni”, infradito e piccozza, muta da surf e tavola da snow, paraffina e sciolina, pronti per un viaggio deluxe con ogni confort e senza farsi mancare nulla!
Il 4 agosto, l’aereo atterra a Lima, siamo qui perché questi posti offrono tutto ciò che un appassionato di viaggi, sport, avventura e “X files”, può desiderare; abbiamo un progetto, un’idea: partire dal nord del Peru e ridiscendere fino ad Ushuaia, la città più a sud del mondo;
Lima è una metropoli immensa, con i suoi 8 milioni di abitanti è la città più popolata del Perù, capitale e antico distretto coloniale spagnolo. La sua estensione arriva a toccare le grandi aree desertiche, alcuni la considerano la città più grande del mondo costruita su un deserto, più del Cairo.
Passiamo la prima settimana a conoscere le onde limegne, Makaha è lo spot più conosciuto e accessibile, luogo di nascità del primo surfclub sudamericano e oggi meta giornaliera della comunita “tablista” peruviana, comunità in costante crescita e sviluppo.
Tra economici pranzi e cene tipiche peruviane, la surfata diventa obbligatoria parte della pacchia, obbligatoria come conoscere il “padre” della spiaggia, “il Doc”.
Il dottor Ricardo Garcia è psicologo 55enne, braccio destro del consigliere antidroga peruviano, ex campione nazionale di longboard, campione panamericano di triathlon, corridore d’auto, moto, big wave surfer e Hippy con licenza di felicità.
Diventiamo facilmente amici del Doc che provvede a trovarci tavole a prezzi ottimi.
Come programmato, il 10 agosto arrivano Papple e Sburbe e partiamo per un giretto di 5000 km circa.
Lasciare la costa per inoltrarci verso la selva, in un primo momento risulta dura, ma arrivati a Machu Picchu capiamo che il gioco valeva la candela.
Machu Picchu è il più conosciuto e antico sito archeologico Inca, patrimonio mondiale dell’Unesco e dal 2007 fra le 7 meraviglie del mondo.
È un posto bellissimo, magico e spettacolare ma arrivati sul luogo, la sensazione magica viene sommersa dai rumori delle decine di bus turistici in costante salita e discesa dal fondovalle alle sovrastanti rovine della città.
I turisti vomitati dalle porte dei bus, ci convincono immediatamente a impostarci in modalità “vertical”, usciamo dalla coda e ci infiliamo nella foresta, dove parte il sentiero che 3 ore dopo ci conduce, sudati ma contenti , alle rovine della città.
2 Giorni dopo siamo a 4000 metri circa, sulle rive del lago Titicaca, dormiamo in una bettola di lusso per 2 euro a notte e per una decina di euro passiamo la giornata sulle isole galleggianti di Uros.
Iniziamo pian piano a percepire la grandezza di questo posto e i tesori che può offrire, la “gita culturale” lascia spazio alla vacanza di piacere e un volo interno, un treno e svariate ore di auto ci portano praticamente in paradiso: a Chicama, la ola mas larga del mundo.
Le parole non sono il mezzo adatto a descrivere questo posto, le immagini possono aiutare, e anche i numeri sorprendono: 2.5 kilometri di onda surfabile per 4 minuti ininterrotti…parola di Local.
Purtroppo siamo “sfortunati” e la swell in atto ci permette di surfare onde di un bel metro , che si srotolano perfettamente per un chilometro e ci permettono surfate di un minuto…solo!
Proseguiamo e surfiamo a Huanchaco, un altro prodigio della natura, combattendo un po’ di più con la corrente ma con il solito sorriso ebete stampato in faccia.
Il tempo a disposizione di Papple e Sburbe è quasi terminato, ritorniamo a Lima e nel mentre ci raggiunge Vinny, reduce da 3 settimane di lavoro nella selva brasiliana.
La settimana che passiamo in sua compagnia è molto particolare, soprattutto per 2 surfisti Italiani, “surfisti de coracon”.
Andiamo a Punta Hermosa a 50 km a sud di Lima e per puro caso, finiamo ospiti della famiglia Del Castillo composta da madre, padre, figlio e figlioletto;
La madre, enorme cuoca peruviana con un’esperienza trentennale di ristorantino da spiaggia, il padre Paco è attuale vicecampione mondiale master over 50, Robert, il figlio più grande è un surfista di altissimo livello e big wave rider e Johakin, 12 anni di puro istinto surfistico, potenza, tecnica e preziosissima incoscienza da ragazzino.
Passiamo i giorni, immersi nella cultura big wave, surfiamo ogni giorno, 2 volte al giorno inframmezzate da colazioni, pranzi e cene da delirio gustativo.
Ci sembra di essere in un film, quando assistiamo ad una discussione tra gli uomini della famiglia e il Doc: si parla di surf , di onde, …ma di onde di 10 metri, anzi 15, si parla di Wahymea, di Puerto Escondido, di Pico Alto, Maverick, si parla di duckdive al limite del fiato, di wipeout dal terzo piano, di surfate epiche e di disfatte memorabili, si parla di big wave riding degli anni 70, di gun intagliate nella balsa, si parla di grande surf, si parla….anzi, loro parlano, noi ascoltiamo e beviamo Pisco sour!
Passata la settimana abbiamo la testa rintronata, dalle situazioni al limite del surreale e dagli schiaffi delle onde di Punta Hermosa; Vinny torna a casa contento e noi si continua a rotolare verso Sud.
Da Lima alla Patagonia c’è un bel po’ di strada, la panamericana Sud è lunga, deserti, montagne, colline; a tratti è sterrata o messa male, ci serve un mezzo sicuro e affidabile, spazioso e che sia elegante.
Una breve ricerca nella zona “schic” di Lima basta per trovare quello che fa al fatto nostro:
Rumbler, anno 1969, prezzo 500 euro, motore “petrolero” da 2500 cc, molto lunga, colore bordeaux, ruote lisce e crepate, freni funzionanti…troppo, perde petrolio dal serbatoio, i tergicristalli non funzionano, le porte non si chiudono… insomma è perfetta.
A metà settembre La Chacaliaza è pronta per la strada, il rombo del motore è un dolce suono, quel suono che non ti permette di sentire nient’altro, le ruote iniziano a macinare chilometri, non ci preoccupiamo del fatto che dopo poco, in corsa, il cofano si spalanca completamente sbattendo fortissimo contro il parabrezza…una pietra del deserto peruviano basterà a riparare il danno…fa parte del gioco…tutto farà parte del gioco…un gioco bellissimo.
Il gioco ci porta a Huacachina, un oasi nel deserto che in questa stagione diventa rifugio di hippy e piccoli gruppetti di turisti che vengono in questo posto per fare sand boarding e passare giorni di tranquillità.
Decidiamo di “capitare” qui perché abbiamo saputo, da un hippy ubriaco, che camminando in “quella” direzione, superando 3 dune e aggirando l’ultima c’è un’altra oasy disabitata, solo palme e un laghetto.
Dopo 4 ore di cammino, soli, in pieno deserto siamo contenti di trovare le palme e di risposarci pensando che un hippy ubriaco ha sempre ragione!
Dopo un po’ di giorni riceviamo una chiamata da Lima, è il Doc; dal giorno dopo la Chacaliaza ha un nuovo ospite e il viaggio diventa ancora più interessante.
Ogni giorno, maciniamo chilometri e surfiamo onde bellissime, conosciute o senza nome che siano,
passiamo le linee di Nazca, il deserto di Atakama, ripariamo qualche acciacco alla macchina e arriviamo alla frontiera.
A questo punto c’è un’incognita: la macchina potrà uscire dal Perù? Lo chiediamo ad un ufficiale della dogana, che strizzandoci l’occhiolino con fare mooolto omossessuale ci dice: “ miei cari ragazzoni, ci sono 2 modi per portare la macchina in Cile, uno formale e l’altro….informale”.
Il giorno dopo, chiarita la situazione con il “macho”, con la nostra identità sessuale ancora ben salda entriamo“informalmente” in Cile.
Puntiamo subito ad Arica, la città dell’eterna primavera, ci accolgono il sole, 25 gradi, un point destro da “bava alla bocca” e i surfisti di “el gringo” che si lanciano in pareti verticali a stretto contatto con il reef.
Surfiamo la destra della Isla, spezziamo il long, in un giorno lo ripariamo e ripartiamo.
Passiamo, il tropico del Capricorno, Tocopilla, Iquique, Antofagasta, surfiamo in tutti gli spot nei quali vediamo onde e ci fermiamo dove ne abbiamo voglia, o a volte, dove ne ha voglia la macchina!
Verso i primi di ottobre Chico e Dade atterrano in Argentina, l’idea sarebbe di trovarsi a Santiago, sciare e proseguire” todos untos” fin giù alla fine del mondo.
Sarebbe, perché questo non avverrà mai, il gruppo Chacaliaza è impostato sui ritmi del 1969, Chico e Dade hanno meno tempo a disposizione e si decide di proseguire separati.
Loro arriveranno fino ad Ushuaia, riusciranno a vedere i pinguini e le balene, scieranno a Bariloche e gusteranno i vini argentini.
Noi ci immergiamo nei paesaggi cileni, infinite colline di verdi differenti, praterie a perdita d’occhio, mucche, uccelli e vulcani.
Ed è proprio sul vulcano di Chillan che decidiamo di sciolinare la tavola da snowboard e fare del buon freeride alla cilena.
La stagione sciistica è quasi alla fine, non troviamo powder invernale, ma comunque dell’ottima neve primaverile che ci permette divertentissime discese sulle pendici fumanti, il sole compatta il manto e possiamo divertirci anche su pendenze più pronunciate.
A fine ottobre siamo a Puerto Mont, dove salutiamo il Doc che, dopo essere diventato il nostro fratello maggiore, diventa anche il nuovo proprietario della Chacaliaza.
Il tempo a nostra disposizione è quasi terminato, ma abbiamo abbastanza tempo per scendere ancora un po’, al parco Torres del Paine.
Istituito nel 1959 e nel 1978 dichiarato dall’Unesco Riserva Mondiale della Biosfera, il parco si trova a pochi chilometri da Puerto Natales nella Patagonia cilena.
Le protagoniste dell’area sono le famose Torri del Paine, tre enormi formazioni di granito che si ergono maestose tra il verde intenso dei boschi e la brulla steppa patagonica; le guardiamo dal basso, camminiamo tanto e ci giriamo intorno, per 5 giorni ci lasciamo inghiottire dall’azzurro dei laghi, dal verde degli alberi e dall’aria limpida.
Tutto ormai volge alla fine, 24 ore di bus o forse più, ci portano a Buenos Aires, dove partirà il volo di ritorno a casa.
Incontriamo finalmente Chico e Dade, siamo contenti di incontrarci, ognuno di noi ha tante cose da dire e tante da ascoltare, passiamo la serata sulla terrazza dell’ostello di Buenos Aires, sorseggiamo del buon vino argentino, raccontandoci di sputi di lama e suoni di balene.
Testo: Chioccia
Foto: Adele Obice (www.delicatepeople.com)